La parola in inglese Empathy, dal greco pathos, significa “quello che uno prova” e gli esseri umani dispongono di questa facoltà preziosa, ovvero capire e condividere le emozioni dei propri simili.

Quante volte ci siamo trovati a confortare un amico che sta soffrendo, oppure abbiamo ascoltato, coinvolti emotivamente un collega frustato dal proprio lavoro. Secondo la cultura americana L’Empatia è la capacità di entrare all’interno dell’esperienza di un altro. Jean Decety (docente di psichiatria all’università di Chicago) scrive: “L’Empatia è una componente necessaria per una coesistenza armoniosa, perché favorisce i comportamenti prosociali, la tendenza al contatto con gli altri, la capacità di proporre il proprio aiuto!”.

E’ una facoltà intrinseca legata alla comunicazione emotiva, che è inconscia, non puoi programmarla, è inoltre la base sulla quale si sviluppano le emozioni morali, come il senso di colpa, il rimorso ma ci permette anche di manipolare gli altri. Attraverso il linguaggio riusciamo a condividere le nostre emozioni con gli altri, infatti psichiatri e psicoterapeuti imparano ad usare il linguaggio per indurre i stati affettivi nei pazienti (perché non farlo anche noi?).

Ricordiamoci che le emozioni sono programmi di azione strategica, adattati alla sopravvivenza e alla riproduzione, ma che sono anche un sistema di comunicazione interpersonale che suscita, in risposta, precisi comportamenti da parte di propri simili. Grazie ai NEURONI SPECCHIO (neuroni sensomotori) riusciamo a percepire e a comprendere il comportamento degli altri, attraverso una risonanza motoria ed un “contagio” emotivo. Attenzione però ai “guasti dell’Empatia”, in neurologia i pazienti che presentano deficit di comprensione delle emozioni degli altri (emozioni sociali) soffrono di lesioni alla corteccia orbitale. D

isfunzioni simili sembrano essere presenti anche negli adolescenti aggressivi e antisociali, che hanno problemi di condotta, rifiuto delle norme sociali e morali, sfida alle autorità. Quando le persone ricevono somme di denaro oppure decidono di donarlo a una fondazione benefica si attiva in loro “il circuito della ricompensa”, ovvero la stessa percezione interna di piacere. Inoltre le donazioni sono più elevate quando il donatore è in presenza di altre persone. Per concludere, la fantasia che mi faccio, è che possiamo iniziare ad utilizzare questa FORZA DELL’EMPATIA promovendo la propensione a “fare del bene”, ovvero ad attuare la pro socialità (quelle azioni che tendono a fare bene ad altre persone, senza una ricompensa) poiché di questi tempi ne abbiamo tanto bisogno.